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Luisa Sanfelice: la tragica storia di una donna innamorata

Luisa Sanfelice: la tragica storia di una donna innamorata
“Luisa Sanfelice in carcere”, di Gioacchino Toma, 1875 circa, Galleria d’Arte Moderna, Roma.

Nella mattinata dell’11 settembre del 1800 la piazza del Mercato, a Napoli, fu attraversata da un lugubre corteo che scortava al patibolo una donna che, seppure smagrita e precocemente invecchiata, manteneva intatti sul volto i segni della passata bellezza.

Si trattava della trentaseienne Luisa Sanfelice, nata De Molina, che per anni era stata l’oggetto del desiderio di tanti uomini, non solo napoletani. Coniugata lo era anche lei, ma il rapporto col marito, l’aristocratico Andrea Sanfelice, era finito da tempo, dopo un matrimonio combinato dalle rispettive famiglie quando lei aveva soltanto quindici anni. La separazione formale dei coniugi era stata voluta dal re di Napoli Ferdinando IV di Borbone (I delle Due Sicilie) per mettere a tacere i pettegolezzi.

Luisa però non smise mai di coltivare i suoi flirt, l’ultimo dei quali le sarebbe risultato fatale, perché agli occhi di quel re tanto sospettoso fece apparire colei che, dopo tutto, era soltanto una donna innamorata come una pericolosa rivoluzionaria, meritevole della pena capitale.

Il contesto in cui maturò la tragedia fu quello della Repubblica Napoletana, proclamata il 23 gennaio del 1799 dopo la fuga a Palermo di re Ferdinando a seguito della sconfitta rimediata nel dicembre precedente dalla truppe borboniche a Civita Castellana, di fronte ai Francesi comandati dal generale Championnet.

Quest’ultimo sarebbe entrato il 20 gennaio a Napoli in veste di liberatore-conquistatore dopo aver fatto duramente bombardare Castel Sant’Elmo causando la morte dei circa tremila “lazzari” rimasti fedeli alla causa regia che vi avevano cercato rifugio.

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La Repubblica ebbe però una vita breve e travagliata per la scarsissima adesione popolare, specialmente nelle province e fra le fasce più umili della popolazione, dato che era percepita come un’imposizione da parte degli stranieri e un’entità troppo astratta e lontana dai bisogni reali della gente, perché governata da un manipolo d’intellettuali che mal riuscivano a captare le aspettative di ceti sociali così diversi dal loro.

Inoltre, la durezza con la quale i Francesi trattarono i sospetti collusi col passato regime borbonico, sfociata in una serie di condanne a morte inflitte dopo giudizi sommari, gettò poi la benzina sul fuoco della reazione, che prese il volto e le sembianze del Card. Fabrizio Ruffo di Bagnara.

Questa singolare figura di Principe della Chiesa già nel febbraio seguente riuscì a mettere insieme il cosiddetto “Esercito della Santa Fede”, composto da circa 25.000 fra contadini, braccianti e briganti (fra i quali il famoso “Fra Diavolo”) i quali, partendo dalla Calabria, in soli quattro mesi riconquistarono pezzo a pezzo tutto il Regno alla causa borbonica, accampandosi infine davanti alla porte di Napoli per lo scontro decisivo del 13 giugno, dopo che i Francesi se n’erano già tornati precipitosamente in Nord Italia.

In quella situazione caotica della bella Luisa, diventata nel frattempo l’amante del deputato repubblicano Ferdinando Ferri, s’era invaghito il giovane ufficiale Gerardo Baccher. Rimasto in cuor suo fedele alla causa regia, insieme al fratello e ad altri congiurati, il Baccher aveva ordito un piano per provocare una sollevazione popolare anti-repubblicana e così facilitare il compito all’esercito sanfedista. Esso prevedeva fra l’altro l’eliminazione fisica dei capi repubblicani, fra i quali anche il Ferri.

Non volendo però che la sua amata ci andasse di mezzo, il Baccher le spifferò tutto, consegnandole un salvacondotto che le avrebbe garantito salva la vita al momento dello scoppio dei disordini. Anziché starsene zitta però la Sanfelice riportò il tutto al Ferri, il quale ne parlò col Comitato di Salute Pubblica che subito trasse in arresto i Baccher ed i loro complici, sventando il complotto sul nascere.

Così Luisa, che in realtà aveva agito soltanto per salvare la vita al suo uomo, fu elogiata dal “Monitore Repubblicano” come la “novella Lucrezia” che aveva salvato la Repubblica da una “cospirazione di pochi, non più scellerati che mentecatti”.
La conseguenza fu che proprio il giorno precedente all’ingresso delle truppe sanfediste in città i Baccher e i relativi complici furono impiccati per quello che ai più parve come un atto d’inutile crudeltà, finendo così per convincere re Ferdinando che la Sanfelice fosse la prima responsabile della loro morte.

Con la successiva restaurazione del potere borbonico, la condanna a morte della disgraziata fu subito decretata da un tribunale speciale dopo che da Palermo, dove ancora si trovava, re Ferdinando aveva ordinato impaziente “che la giustizia facesse il suo corso”.

Vistasi perduta, la Sanfelice dichiarò di essere incinta per sospendere l’esecuzione, in ciò potendo contare sulla complicità del medico dott. Villari che, preso da uno scrupolo di coscienza, attestò il falso. Dopo alcuni mesi d’attesa però, visto che non succedeva nulla, il re la fece visitare a Palermo da un’altra commissione medica, che scoprì l’inganno e la rimandò a Napoli giusto in tempo per essere condotta al patibolo.

Come in un film dell’orrore quel giorno il carnefice, impauritosi per un colpo di fucile partito accidentalmente ad un soldato, lasciò cadere malamente la scure che, anziché recidere il collo, devastò la spalla della condannata, che pertanto dovette essere finita con un coltellaccio, fra le urla d’orrore e d’indignazione del pubblico.