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Maometto II, detto “al Fatih” e la conquista di Costantinopoli

maometto II e la conquista di costantinopoli

Quando morì il 3 maggio del 1481, a 51 anni d’età, era in viaggio verso est in direzione dell’Asia, ma nemmeno i suoi visir sapevano esattamente quale paese si proponesse di conquistare, perché lui era fatto così: quel che aveva in animo di fare, da sempre, lo teneva per sé e agli altri non restava che adeguarsi. Ad ucciderlo fu forse un blocco intestinale, ma più probabilmente il veleno somministratogli a tradimento dal suo medico personale su istigazione del figlio Bayazid.

Questa fu la fine del sultano Maometto II, detto “al Fatih” (“il Conquistatore”) perché nel maggio del 1453, quando era appena ventenne, era riuscito ad impadronirsi dopo un lungo e drammatico assedio della città di Costantinopoli, così cambiando la storia del mondo.

Nato ad Edirne, antica capitale ottomana, era figlio di Murad II e fin da ragazzo aveva sognato di realizzare l’impresa in cui suo padre, al quale era succeduto sul “trono dei tulipani” nel 1451, aveva fallito. Per la Casa di Osman, Costantinopoli, o meglio quel che ne restava dopo secoli d’inarrestabile decadenza, costituiva comunque da sempre l’oggetto del desiderio: costruita sulla punta di una penisola triangolare, la città era delimitata a nord da un grande porto naturale detto “il Corno d’Oro”, ad oriente dal Bosforo ed a sud dal Mar di Marmara.

Era di per sé una fortezza naturale unica al mondo, oltre che il crocevia obbligato delle principali rotte terrestri e marittime fra l’Europa e l’Asia, il Danubio e l’Eufrate. In più, era circondata dalle mura più imponenti d’Europa: una tripla cinta muraria lunga 7 chilometri eretta nel V secolo, protetta da fossati e 192 torrioni.

In tanti, nei secoli, avevano cercato invano d’espugnarla: slavi, persiani, arabi, bulgari, russi, ma solo i crociati veneziani vi erano riusciti nel 1204, devastandola al punto che non si sarebbe mai più del tutto ripresa, nonostante il ritorno in mani bizantine nel 1261.
La popolazione, che nel momento del massimo splendore superava il mezzo milione di persone, si era ridotta di dieci volte, ma ciononostante per storia, monumenti e posizione geografica Costantinopoli faceva ancora gola come capitale ideale di quel grande impero che gli ottomani ritenevano di essere destinati a reggere.

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Nessuno stupore dunque se, appena diventato sultano, la prima preoccupazione di Maometto II fu proprio quella di porre le basi per la conquista di Costantinopoli, tanto da concentrare subito tutte le sue energie e risorse sulla preparazione dell’assedio che, nel maggio del 1453, l’avrebbe fatta capitolare.

Il terribile saccheggio e l’indiscriminato massacro che seguirono avrebbero visto, a detta dei cronisti dell’epoca, le strade trasformarsi in torrenti di sangue e la cattedrale di Santa Sofia riempirsi di cadaveri sopra i quali, secondo la leggenda, il Conquistatore sarebbe salito a cavallo per stampare in rosso su una colonna l’impronta della propria mano, ancora mostrata dalle guide locali agli odierni turisti.

Da quel giorno stesso, tuttavia, Maometto II si mise all’opera per ricostruire la “sua” capitale, anzitutto pensando a ripopolarla non solo col trasferimento forzoso di migliaia di turchi musulmani dalle sconfinate lande anatoliche, ma anche liberando a migliaia i prigionieri cristiani (greci in primis) a condizione che accettassero di risiedere in città, con promessa di libertà di culto e restituzione dei beni.

E così avrebbe fatto per gli anni a venire, contestualmente con le sue innumerevoli campagne militari, tanto che in breve tempo a Costantinopoli (ovvero “Istanbul”, probabile corruzione turca della frase greca “Is tin Polin”, che significa “Verso la Città”) si sarebbero contate sino a 72 nazionalità diverse.

Oltre a turchi e greci, infatti, vi confluirono per esempio arabi, italiani, franchi, persiani, curdi, slavi, albanesi, bulgari, armeni ed ebrei, compresi tanti di quelli via via scacciati dai Paesi europei, fino a farne la città più cosmopolita e multi-etnica di quei tempi, in un contesto di grande tolleranza religiosa.

Tutto ciò perché Mehmet II (questo il suo nome in turco) era sì un uomo spietato, in primis con ministri, collaboratori e persino famigliari, se si trattava di affermare la sua sovranità assoluta, ma al tempo stesso era animato da vivo interesse per tutto ciò che rappresentasse cultura, arte, innovazione e diversità.

Il “Gran Turco” infatti (come iniziarono a chiamarlo gli europei) oltre a favorire l’insediamento nei suoi domini di artigiani e commercianti provenienti da tutto il mondo d’allora, mostrò grande curiosità per la religione cristiana, considerata non del tutto aliena all’Islam, tanto da aver partecipato di persona ad alcune funzioni religiose sia nella cattedrale ortodossa che in qualcuna delle numerose chiese latine rimaste aperte in città, con l’unico divieto di suonare le campane.

Inoltre, a dispetto del divieto islamico di rappresentare la figura umana, il suo desiderio di venire a stretto contatto con l’arte occidentale fu tanto forte da indurlo a chiedere al doge della Serenissima di inviargli il suo miglior pittore, Gentile Bellini, che nel 1479 realizzò di lui un famoso ritratto, mostrandocelo col suo elegante caffettano rosso ricoperto da una stola di pelliccia, il tipico turbante “a bulbo” ed un viso dai tratti fisionomici marcati, sui quali spiccano il naso aquilino e la barba fulva.

Forse soltanto la morte improvvisa, quando già la sua flotta nel 1480 si era assicurata una testa di ponte nella nostra Penisola espugnando Otranto dopo un lungo e tragico assedio, gli impedì di realizzare il sogno di conquistare la mitica “Mela Rossa” (Roma) che secondo la leggenda il Profeta in persona, apparsogli in sogno, gli aveva promesso.