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Maria Stuart: storia del processo, la condanna e l’esecuzione della Regina di Scozia

Quando nel settembre del 1586, dopo diciotto anni trascorsi in prigionia in fortezze sempre più tetre, la carrozza che la trasportava raggiunse il Castello di Fotheringay, Maria ebbe un sussulto. Il sentiero d’accesso si chiamava “Perryho Lane” e a lei, ottima conoscitrice del latino, non fu difficile formulare ad alta voce un gioco di parole: “Pereo! Cioè: io muoio!”.

Il Castello di Fotheringay: la prigione di Maria Stuart, Regina di Scozia

I presagi c’erano tutti: quell’antico castello dall’aspetto lugubre, risalente ai tempi di Guglielmo il Conquistatore, aveva una reputazione sinistra, tanto che la sfortunata Caterina d’Aragona, moglie ripudiata di Re Enrico VIII Tudor, si era fieramente rifiutata di andare ad abitarci.

Il misero appartamento in cui fu sistemata era umido e poco illuminato, del tutto inadeguato per una donna che, per lignaggio, educazione e (secondo la ferma credenza di quei tempi) diritto divino, era una regina non sottoposta a nessuno, se non che a Dio. Sir Paulet, un inglese puritano e bigotto cui era stata affidata la sua custodia dopo la rimozione del più accondiscendente Lord Shrewsbury, accusato di essere troppo tenero con lei, la disprezzava sotto tre profili: come donna, come scozzese e come cattolica.

Castello di Fotheringhay
Castello di Fotheringhay, l’ultima prigione di Maria Stuart

Fu proprio lui che, con malcelata soddisfazione mista a crudeltà, le comunicò che il trasferimento in quel castello era dovuto al fatto che lei, la Regina di Scozia Maria Stuart, vi sarebbe presto stata giudicata da una commissione di “Signori” appositamente incaricati di esprimersi sui suoi presunti “misfatti”. Tanto valeva allora che chiedesse perdono e confessasse lei stessa le sue colpe, prima di essere, manco a dubitarne, giudicata colpevole.

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La Bond of Association: la legge per giudicare Maria Stuart

Non era certo un mistero che, per processare in terra inglese una regina straniera, soltanto un anno prima era stata emanata una leggina, diremmo oggi, “contra personam”, cioè il “Bond of Association”, che forniva le basi legali per la formazione di una speciale commissione di ventiquattro pari del regno (i “Lords”, per l’appunto) designati per investigare e punire tutte le cospirazioni ai danni della Regina Elisabetta I d’Inghilterra, ordite “da parte di qualsiasi persona o con la conoscenza di qualsiasi persona che aspiri al titolo della corona di questo regno”. Manco a dirlo la pena prevista, in caso di giudizio di colpevolezza, era quella capitale.

Nella sua qualità di cugina più prossima in grado di una regina senza figli, fratelli e sorelle viventi, Maria aveva infatti tutti i titoli per aspirare alla corona inglese, ma proprio per questo bisognava cercare il modo di “farla fuori”. I pari del regno mai più avrebbero tollerato di vedere sul trono del loro paese una cattolica, specie dopo la recente e sfortunata esperienza del regno di Maria Tudor, infelice sorellastra di Elisabetta.

Create dunque artificiosamente le basi legali per processare una regina straniera non colpevole di nulla, se non d’aver avuto la malaugurata idea di cercare rifugio in Inghilterra diciotto anni prima per sfuggire ai moti rivoluzionari scoppiati in patria, anche sulla scorta di una lettera della cugina Elisabetta che le assicurava aiuto, era però necessario confezionare ad arte un complotto in cui la stessa fosse coinvolta.

L’inganno contro Maria Stuart, il processo e la condanna

Ci pensò lo spregiudicato Sir Walsingham, capo del servizio spionistico elisabettiano (che nulla aveva da invidiare al famigerato K.G.B. sovietico), il quale la fece contattare da un suo uomo di fiducia spacciatosi per sostenitore della causa di Maria. Costui, una volta entrato in confidenza con lei, la informò di un falso piano per liberarla, facendole anche balenare la prospettiva di insediarla sul trono d’Inghilterra al posto di Elisabetta, precedentemente assassinata in un attentato.

Per citare una famosa frase del Manzoni, “…e la poveretta rispose…” alle sollecitazioni di quel Giuda con alcune lettere in cui accettava l’idea della propria liberazione, senza però mai esprimersi e tanto meno approvare un’eventuale uccisione di Elisabetta. Tanto ovviamente bastò perché fosse incriminata in base al già citato “Bond of Association” e pertanto sottoposta a quel processo farsa.

Privata di qualsiasi forma d’assistenza legale e persino delle sue carte personali, sebbene ignorasse le leggi inglesi per due giorni di fila dovette tenere testa da sola ai migliori cervelli giuridici d’Inghilterra, tutti riuniti allo scopo di “incastrarla” con una serie di domande capziose, formulate appositamente per farla cadere in contraddizione.

Coi magnifici discorsi che pronunciò e che, resi noti dopo la sua morte, le conferirono l’aurea di “Regina martire” per il comportamento fiero e regale tenuto di fronte ai suoi giudici, Maria migliorò sensibilmente la sua posizione nella storia, fino ad allora macchiata da comportamenti personali e da una gestione del potere non certo esenti da ombre e colpe. Accettando poi con rassegnata serenità quel destino crudele, ella parve infatti voler riscattare la sua immagine, fino a percorrere tappa per tappa la sua personale “Via Crucis”.

Maria Stuart: tre mesi per decidere l’esecuzione

I commissari, dopo quei due giorni penosi, rientrarono a Londra per decidervi all’unanimità la sentenza di condanna a morte, pregando la “graziosa regina Elisabetta” di autorizzarne l’esecuzione immediata. Dopo ripensamenti protrattisi per oltre tre mesi, durante i quali quest’ultima per scaricarsi la coscienza arrivò persino a far capire che avrebbe gradito che qualche suo fedele suddito uccidesse Maria in un agguato, si risolse infine a sottoscrivere l’ordine d’esecuzione sottopostole dal suo segretario in mezzo ad una pila di altri documenti da firmare, come se si trattasse di una scartoffia qualsiasi e facendo finta di non accorgersi di quel che sottoscriveva.

Temendone i ripensamenti, quel documento fu immediatamente notificato al Castello di Fotheringay, dove arrivò in contemporanea col boia incaricato della triste incombenza.

La tremenda esecuzione

Così, la sera del 7 febbraio del 1587 a Maria fu comunicato che l’indomani mattina alle 10 in punto avrebbe dovuto morire. Preso congedo dai suoi ultimi servitori in lacrime, la Regina di Scozia affrontò con grande dignità e cristiana rassegnazione il suo destino, avendo solo il tempo di mormorare “dolce Gesù” quando il maldestro carnefice al primo colpo di scure ne mancò il collo, tranciando però di netto la parte posteriore del cranio.

Ci volle dunque un secondo colpo per mettere fine alle sue sofferenze quando, pur sembrando già una vecchia decrepita, aveva soltanto quarantaquattro anni, di cui gli ultimi diciannove trascorsi in prigionia.

Il figlio Giacomo, allora Re di Scozia, nell’apprendere la notizia della morte di quella madre che non aveva più visto da quando era in fasce, esclamò quasi soddisfatto che ella “aveva bevuto la birra che lei stessa si era preparata”. Gran bell’esempio d’amore filiale!