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Padre Matteo Ricci, detto “Li Madou”: breve biografia

matteo ricci

“Li Madou” vestiva come un perfetto cinese, col caffettano di seta lungo fino ai piedi sorretto in vita da un fascione di seta colorata e il tipico copricapo nero di forma cilindrica sulla testa. Si esprimeva in un mandarino impeccabile, scriveva lunghe lettere che dimostravano la sua perfetta padronanza di migliaia di ideogrammi ed era in grado d’intavolare dotte discussioni filosofiche coi maestri confuciani.

Ma era in matematica, astronomia e geografia dove non lo batteva nessuno! Per primo infatti tradusse in cinese gli “Elementi” di Euclide, fino ad allora sconosciuti nell’Impero Celeste, e servendosi poi di una serie di globi in miniatura, descrisse ai suoi interessatissimi ospiti il sistema astronomico tolemaico, dimostrando come la terra fosse rotonda e illustrando la rotazione dei corpi celesti, comete comprese.

Grazie alle nozioni apprese in gioventù illustrò le basi del calendario gregoriano, varato da pochi anni, che correggeva le sfasature accumulate nei secoli da quello cinese, ormai evidenti anche ai meno ferrati in materia.

Col suo “Trattato sui Quattro Elementi” confutò le convinzioni cinesi sulla composizione dell’universo: per Li Madou, che la filosofia greca se la ricordava bene, i quattro elementi base erano la terra, l’acqua, il fuoco e l’aria, mentre per i suoi amici l’acqua, la terra, il fuoco, il legno ed il metallo. Meravigliò tutti, infine, con la sua abilità nel disegnare mappamondi murali, molto apprezzati in quel lontano Paese così chiuso a tutto ciò che veniva da fuori.

Solo il suo strano accento, la statura fuori dal comune e il taglio degli occhi lasciavano intuire che lui però non era proprio un mandarino come tutti gli altri. Nel suo nome infatti “Li” stava per “R”, consonante che notoriamente risulta di pronunzia impossibile per i Cinesi i quali di conseguenza la trasformano in una “L”, e “Madou” per “M”.

Si trattava della traslitterazione in cinese delle iniziali di Matteo Ricci, il primo europeo a risiedere stabilmente per circa trent’anni nell’Impero Celeste, all’epoca della dinastia Ming.

Era un prete gesuita, nato nel 1552 a Macerata che, dopo aver studiato presso il Collegio Romano, nel 1578 fu mandato in missione da Papa Gregorio XIII in Estremo Oriente insieme ad alcuni confratelli coi quali sarebbe partito da Lisbona, abbandonando per sempre il Continente Europeo, per fare vela prima verso l’India e poi la Cina, Paese in cui sarebbe arrivato nel 1582, sbarcando a Macao.

Col capo completamente rasato ed indossando una modesta tunica grigia da bonzo buddista il 15 settembre del 1583 insieme al confratello Michele Ruggieri, Padre Matteo si prostrò di fronte al prefetto Wang Pan e, rispettando scrupolosamente un cerimoniale complesso ed estenuante, nel suo cinese ancora imperfetto implorò quel mandarino che amministrava la regione di Zhaoqing, non lontana da Canton, affinché gli concedesse il permesso di risiedere stabilmente nel suo Paese, per costruirvi una casa ed un tempio dove onorare nel rispetto delle leggi locali “il Signore del Cielo e della Terra”.

Dopo decenni di tentativi andati a vuoto, la prima missione cattolica nella Cina dei Ming diventò realtà e, grazie ad essa, sarebbe iniziato uno dei periodi più lunghi e fruttuosi nella storia degli scambi culturali fra due Mondi: l’Occidentale cristiano e l’Estremo Oriente in prevalenza confuciano.

Quella fu la prima delle cinque case che, poco a poco, avrebbero avvicinato Padre Matteo e i suoi confratelli a Pechino, dove risiedeva il cosiddetto “Figlio del cielo”: l’invisibile Imperatore Wanli, col quale “Li Madou” avrebbe avuto l’eccezionale onore d’intrattenere una fitta corrispondenza, pur senza averlo mai incontrato di persona.

Convinto che l’interesse e la curiosità per la cultura occidentale potessero favorire il dialogo e la conseguente conversione degli intellettuali prima, e delle classi popolari poi, Padre Matteo intraprese un’infaticabile attività di divulgazione scientifica, che lo fece assurgere molto presto al rango di dotto, consentendone la metamorfosi da comune monaco a mandarino (la più alta posizione nella scala sociale cinese, appena sotto quella d’Imperatore) rispettato e onorato da tutti come simbolo del riuscito incontro fra due civiltà millenarie.

Certamente per lui non furono tutte “rose e fiori”, perché invidie, gelosie e maldicenze gli procurarono innumerevoli preoccupazioni e dolori, come pure lo costrinsero ad alcune fughe rocambolesche.
A conferma di ciò depone una lettera scritta al fratello Orazio pochi anni prima di morire, quando all’età di 55 anni così gli si descrisse: “Io nel vero non posso promettermi molti anni, e già sto bianco tutto, e questi Cinesi si meravigliano che in età non molto provetta io sia sì vecchio, e non sanno che loro sono la causa dei miei cani capelli”.

Quando nel 1610 lasciò questo mondo, gli fu tributato l’onore più grande per uno straniero in Cina: quello di ottenere dall’Imperatore un appezzamento di terreno per la propria sepoltura, in una tomba recante l’iscrizione seguente: “A colui che è venuto attratto dalla giustizia ed all’autore di tanti libri. A Li Madou, fratello del Grande Occidente”.

Quella tomba, incredibilmente sopravvissuta alle devastazioni della rivoluzione culturale maoista, si trova ancora là, al centro del parco che circonda il “Collegio Amministrativo” di Pechino, una delle poche oasi di pace e verde pubblico nel caotico centro della capitale cinese.

In tempi in cui tanti fanatici, in nome del loro bizzarro concetto di religione, compiono stragi e violenze, Matteo Ricci ci offre l’esempio di un’integrazione riuscita a colpi di tabelle matematiche, astrolabi e santa pazienza.