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La Monaca di Monza al secolo Marianna de Leyva: breve biografia

Biografia breve della monaca di Monza

Quattordici anni rinchiusa in una cella “di braccia tre larga et di lunghezza de cinque” con porta e finestra murate in modo che “non vedeva se non tanto spiracolo bastante per dire l’offizio” e ricevere i pochi viveri che le venivano passati: tale fu la pena inflitta a suor Virginia de Leyva, meglio nota come “la Monaca di Monza“, condannata nel 1608 per “plurima gravia et enormia et atrocissima delicta”.

La nascita di Marianna de Leyva, la futura “Monaca di Monza”

Eppure, quando era venuta al mondo il 4 dicembre del 1575, per la piccola Marianna si prospettava una vita ben diversa in quanto figlia del nobile Martino de Leyva, Conte di Monza (ed a sua volta figlio di Antonio, primo governatore spagnolo di Milano) e di Virginia, il cui padre era il banchiere Tommaso Marino, l’uomo più ricco della Milano di quei tempi ed il committente dell’omonimo palazzo, ora sede del Comune del capoluogo lombardo.

Sfortuna però volle che la famosa “peste di San Carlo”, in mezzo a decine di migliaia di vittime, le portò via quando era ancora in fasce la mamma, che prima di morire ebbe tuttavia il tempo di nominarla erede del suo immenso patrimonio insieme al figlio di primo letto Marco Pio, ciascuno per il 50 percento.

Più interessato ai soldi che alla neonata Martino de Leyva, in combutta con gli altri figli delle prime nozze della moglie, impugnò però il testamento della defunta in proprio favore, defraudando così la figlia di quanto dovutole per poi trasferirsi subito dopo in Spagna alla corte di Filippo II, dove si rifece la vita con una nuova consorte.

Marianna prende i voti e diviene Monaca con il nome di Virginia

 

Sballottata fra zie e balie e con pochi quattrini a disposizione, per la piccola Marianna si aprì la strada obbligata del chiostro quando, da poco tredicenne, varcò per la prima volta il portone del convento monzese di Santa Margherita, dove quattro anni più tardi avrebbe fatto la sua solenne professione di fede assumendo il nome di Suor Virginia, in ricordo della madre.

In principio rispettosa, obbediente e benvoluta da tutti, dal 1594 assunse il titolo di “Signora di Monza”, iniziando ad esercitare per conto del padre la sovranità sulla città, con l’emissione di gride e l’amministrazione della giustizia. La sua strada s’incrociò presto con quella del giovane Giovanni Paolo Osio, un bellimbusto la cui casa confinava con le mura del convento, mettendolo così in condizione di flirtare con le novizie dalle sue finestre o appollaiato sui rami di un albero.

La monaca di Monza e il suo amante

Inizialmente insensibile al fascino di quel giovinastro, col passare del tempo anche suor Virginia si sentì attratta dalla prestanza fisica e dai suoi modi spicci, e con la complicità di alcune consorelle, vinti gli ultimi scrupoli, nell’estate del 1599 accettò d’incontrarlo per la prima volta dopo un intenso scambio epistolare. Subito, stando al freddo linguaggio delle carte processuali, suor Virginia cedette, subendo così una “defloratio monialis” da lei attribuita poi a quello che avrebbe sostenuto essere un “artifizio malefico”, provocato dall’Osio con un amuleto consistente in una calamita nera fattale baciare con l’inganno.

Da questo “mal d’amore” suor Virginia non si sarebbe più ripresa, nemmeno facendo ricorso a certe repellenti pozioni magiche prescrittele da una fattucchiera, ed il frutto della sua relazione clandestina sarebbero stati prima un bimbo nato morto e poi una bambina nata nel 1604, subito legittimata dall’Osio.

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Le indagini sul caso volute da Federigo Borromeo

Le voci sulla loro tresca, ormai di dominio pubblico, erano però giunte sino alle orecchie del Card. Federigo Borromeo, che nel 1606 prima inviò un uomo di fiducia e poi si presentò personalmente a Monza per svolgere le indagini del caso. Caterina, una giovane conversa che si era sentita offendere da suor Virginia perché accusata di furto, minacciò di spifferare tutto al Cardinale e per questo, senza troppi complimenti, fu uccisa a bastonate dall’Osio, che ne fece poi sparire il cadavere con la complicità di suor Virginia.

Si innestò così una spirale di sangue e violenze che, fra omicidi e tentati omicidi, coinvolse quanti o quante via via erano considerati dalla coppia di amanti come possibili minacce per la segretezza della loro relazione.

La condanna della monaca di Monza in una cella murata

A porre fine a quei delitti arrivò nel 1607 il processo voluto dal Card. Federigo, che a quei tempi ebbe un enorme impatto mediatico e si concluse con la condanna alla forca dell’Osio, mentre per suor Virginia e tre consorelle sue complici scattò la pena della reclusione a vita in una cella murata.

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Dopo quattordici anni di segregazione vissuta come “la caritativa et sancta medicina delle mie piaghe” suor Virginia sarebbe stata liberata perché considerata “risanata”, tanto da meritarsi per il tempo che le sarebbe rimasto da vivere la fama di mistica. Quando nel 1650 passò a miglior vita, al posto della bella e spudorata suor Virginia di un tempo non restava che “una vecchia ricurva, emaciata, magra e veneranda”.