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Napoleone III: il fallito attentato del 1858

Napoleone III: il fallito attentato del 1858

La mattina del 14 gennaio 1858, l’Imperatore dei Francesi Napoleone III attraversava sulla sua carrozza il Pont Neuf di Parigi in compagnia del duca Ernest di Sassonia-Coburgo. Passando davanti alla statua di re Enrico IV, assassinato dal fanatico Ravaillac oltre due secoli prima, disse: “Temo soltanto il pugnale, come quello di Ravaillac. In tutti gli altri casi l’attentatore si concentra sul come fuggire per salvarsi la vita, ma questo pensiero gli paralizza le forze”.

La paura di Napoleone III per gli attentati

Di attentati, cospirazioni e complotti Napoleone III ne aveva già subiti, il più famoso dei quali nel 1855 per mano del rivoluzionario romagnolo Pianori, ma per propria fortuna o impreparazione dei congiurati fino ad allora se l’era sempre cavata solo con un grosso spavento, tanto da prendere la cosa quasi con filosofia.

Come amava ripetere, infatti: “Quando ci si mischia col potere, bisogna sapere farsi assassinare”, come se quel rischio fosse un inconveniente del mestiere. Se però arrivava anche ad accettare, in un certo senso, che il possibile attentatore fosse francese, Napoleone mal sopportava l’idea di essere diventato il bersaglio preferito degli Italiani. Non aveva forse militato in gioventù nelle file dei carbonari e persino combattuto accanto ai patrioti italiani fra il 1830 ed il 1831, prima a Roma e poi in Romagna?

Certo questi ultimi dovevano essersi dimenticati di tali trascorsi ormai lontani nel tempo, offuscati ai loro occhi dall’ordine impartito nel 1849 dall’allora Luigi Napoleone Bonaparte, eletto da pochi mesi presidente della Repubblica Francese, di soffocare nel sangue l’esperienza della Repubblica Romana, facendo prendere a fucilate dalle truppe transalpine appena sbarcate a Civitavecchia i suoi vecchi compagni d’armi per rimettere sul trono pontificio papa Pio IX.

Napoleone III: i preparativi dei congiurati italiani per ucciderlo

 

Da quel giorno l’esercito francese da Roma non s’era più allontanato e Napoleone III agli occhi dei patrioti italiani era diventato uno dei nemici da abbattere. Mentre dunque l’imperatore passava davanti alla statua di Enrico IV, quattro congiurati, bevendo del vino caldo in un alberghetto della rue Montmartre, mettevano a punto i dettagli del loro piano, distribuendosi i ruoli dell’attentato che avrebbero dovuto compiere proprio quella sera stessa, all’arrivo della berlina imperiale davanti al teatro dell’Opera, dove Napoleone e sua moglie Eugenia erano attesi per il “Guglielmo Tell”.

I congiurati italiani

Si trattava, tanto per cambiare, di quattro italiani: Felice Orsini e tali Pieri, Gomez e Rudio; ma se questi ultimi giocavano il ruolo delle comparse, arruolate più per denaro che per fini ideali, il primo fungeva da leader carismatico del gruppo e vero ideatore del complotto.

Nato nel 1819 a Meldola, ai piedi dell’Appennino Romagnolo, da un padre che aveva combattuto per Napoleone I, Felice Orsini fin da giovane s’era fatto notare per la sua irruenza caratteriale ed insofferenza alle regole. Per motivi passionali a soli 16 anni aveva ammazzato a fucilate un domestico di casa, riuscendo poi, grazie ai buoni auspici del padre ed alla promessa di entrare in seminario, a far passare quel delitto come incidente fortuito.

Ovviamente la sua vocazione durò giusto il tempo di far venire meno i capi d’imputazione contro di lui, dopodiché s’iscrisse alla “Giovine Italia” mazziniana prendendo parte ai vari moti insurrezionali scoppiati nella nostra penisola, fino ad essere catturato dagli Austriaci per attività sovversiva ed incarcerato nel Castello di San Giorgio a Mantova, da dove riuscì però ad evadere in modo rocambolesco.

Rifugiatosi in Francia, vi maturò la convinzione che il solo modo per far scoppiare una rivoluzione in Italia consisteva nel provocarla prima in Francia, ammazzando l’imperatore.

Ecco dunque il percorso che lo avrebbe condotto ad arruolare quei complici tanto maldestri ed a procurarsi il necessario per la produzione delle cinque bombe con le quali, alle otto di sera di quel 14 gennaio, i congiurati attendevano in mezzo alla calca provocata da migliaia di persone l’arrivo della coppia imperiale all’Opera.

Il fallito attentato a Napoleone III

Che le cose prendessero per loro una piega storta si capì quando il Pieri, già noto alle forze dell’ordine per la sua attività sovversiva, fu subito riconosciuto e tratto in arresto da un ufficiale di polizia, pochi minuti prima che l’Orsini e gli altri due avessero appena il tempo di lanciare i loro ordigni contro la carrozza imperiale, provocando un massacro che, pur avendo ucciso sul colpo 12 persone, feritene oltre 150 e fatto strage dei cavalli del convoglio e dei dragoni imperiali, lasciò praticamente indenni Napoleone e sua moglie, protetti dalla pesantezza della loro berlina.

Con grande sangue freddo e come se nulla fosse successo i due, così consigliati dai loro ministri per evitare il panico generalizzato e la confusione che ne sarebbe seguita, entrarono senza tentennamenti nel teatro, dove lo spettacolo si tenne come previsto.

L’arresto e la condanna degli attentatori

Subito fermati dalla polizia, gli attentatori sarebbero stati giudicati in un processo-lampo con grande seguito mediatico, soprattutto perché le signore parigine non vollero perdersi la difesa dell’Orsini, uomo di grande fascino e dall’eloquenza accattivante, che non perse quell’occasione per lanciare un ultimo grido disperato in favore dell’indipendenza italiana.

Napoleone III: il fallito attentato del 1858
Felice Orsini pochi istanti prima dell’esecuzione per l’attentato a Napoleone III

Se le sue accorate parole non riuscirono a salvargli la testa, spiccata dalla ghigliottina il 13 marzo seguente, aprirono però una breccia nel cuore di Napoleone III che a distanza di soli 12 mesi, dopo essersi accordato con Cavour a Plombières, intraprese la sua campagna d’Italia, primo passo sulla strada dell’unificazione del nostro Paese.