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Pierino da Vinci: breve biografia dello scultore nipote del grande Leonardo

Pierino da Vinci
“Ritratto di un giovane scultore”, forse Pierino da Vinci, di Agnolo Bronzino, 1548 circa, The National Gallery, Londra

La carnagione simile alla porcellana, un viso pieno e dai lineamenti dolci con una peluria appena accennata attorno alle labbra, cui si aggiunge uno sguardo lievemente malinconico: così Agnolo Bronzino ci presenta, in un ritratto eseguito sul finire degli anni quaranta del Cinquecento, un giovane che dimostra diciotto o vent’anni al massimo.

Fra le mani, appoggiato sul tavolo, tiene un album da disegno, mentre dietro alla balaustra che s’intravede alle sue spalle fa capolino, da un tendaggio rosso appena scostato, un gruppo scultoreo in cui Bacco gioca con un satiro.

Sebbene manchi la certezza assoluta, tutti gli indizi sono concordi nel far ritenere che ci troviamo davanti ad un promettente artista, dal nome “pesante” ed evocativo: Pierino da Vinci.

Nato a Vinci nel 1530, era uno dei nipoti del grande Leonardo, essendo il figlio di Bartolomeo, suo decimo fratello. Quest’ultimo, sposatosi in età avanzata, non aspettava che di avere un figliolo maschio, speranzoso com’era che diventasse anche lui un artista, sulla scia del suo famoso fratello già defunto da anni.

Se infatti, d’impulso, avrebbe voluto chiamarlo Leonardo, fu però dissuaso dall’insistenza del parentado che lo convinse piuttosto a “rifare il padre”, secondo un detto toscano, cioè a battezzare il pargolo col nome del nonno, che per l’appunto era Piero.

Quella di fare del figlio un artista non era certamente un’idea bislacca, perché se ai giorni nostri i genitori, per la prole, sognano magari una carriera da designer di moda, medico, notaio o magistrato, o comunque un impiego considerato “sicuro” che possibilmente garantisca anche una certa agiatezza economica, negli anni del boom del Rinascimento Signori, Sovrani, Papi e Cardinali si disputavano a colpi di quattrini i servizi di pittori, scultori, architetti e, in generale, produttori di bellezza, i quali pertanto, se entravano nel cosiddetto giro giusto, potevano rapidamente accumulare fortune anche rilevanti.

Di conseguenza, quando era ancora un ragazzino, Piero fu mandato a Firenze a bottega prima presso Baccio Bandinelli, che dell’illustre zio era stato collaboratore, e poi presso il Tribolo, scultore a quei tempi molto ricercato.

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Sotto la guida del Tribolo, Pierino realizzò le prime delle sue non moltissime opere, fra le quali annoveriamo anche un gruppo scultoreo raffigurante la coppia “Bacco con un satiro” che scorgiamo nel dipinto del Bronzino, descrittoci minutamente nelle sue “Vite” dal Vasari, che vide realizzare quell’opera “live” (come diremmo oggi) partendo da un blocco di pietra bigia e con una lena che tenne occupato il giovanissimo artista giorno e notte.

Quando nel 1547 il nostro conobbe Luca Martini, un colto aristocratico, ingegnere e letterato, oltre che membro dell’Accademia Fiorentina, fra i due nacque un’amicizia particolare, cui il Vasari allude sottolineando l’insistenza con la quale il Martini, di circa vent’anni più anziano di Pierino, lo chiamò presso di sé a Pisa, dove lavorava come sovrintendente per conto del Duca Cosimo I de’ Medici, facendolo alloggiare in casa propria e colmandolo di regali e favori.

A questi ultimi il giovane rispose col dono di alcune delle sue opere, fra cui un bronzo raffigurante la tragica fine del Conte Ugolino e dei suoi quattro fra figli e nipoti all’interno della cosiddetta “Torre della Fame”.

Proprio in casa del Martini Pierino da Vinci morì di malaria nel 1553 a soli ventitré anni d’età: ben tragico e beffardo destino per quel giovane artista che, se fosse vissuto più a lungo, avrebbe forse potuto camminare seguendo le orme profonde lasciate dallo zio.