@trentaminuti > Storia > Personaggi della storia > Publio Virgilio Marone: breve biografia del poeta della classicità romana

Publio Virgilio Marone: breve biografia del poeta della classicità romana

virgilio
“Virgilio fra le Muse Clio e Melpomene”, III Secolo d.C., Museo Nazionale del Bardo, Tunisi

“At regina gravi iamdudum saucia cura / vulnus alit venis et caeco carpitur igni”, cioè: “ma già la regina, tormentata da un grave affanno, alimenta una ferita nelle vene ed è divorata da un fuoco inestinguibile”.

Così Publio Virgilio Marone, spentosi a Napoli il 21 settembre del 19 a.C., nel IV Libro dell’Eneide descrive con magistrale pathos la follia amorosa della regina cartaginese Didone, donna altera e distaccata con tutti, ma fragile e disarmata nei confronti di Enea, l’uomo per cui fu travolta dalla passione amorosa che sarebbe poi stata la causa del suo tragico destino.

Figlio di un impiegato statale di sangue celtico, colui che fu “il” poeta classico latino per antonomasia nacque nei pressi di Mantova nel 70 a.C. e fu poi costretto dalle vicende della guerra civile ad abbandonare le terre di famiglia, confiscate per ricompensare i veterani della battaglia di Filippi.

Trasferitosi in un primo tempo a Napoli, vi conobbe Mecenate e iniziò a frequentare il suo ristretto ed esclusivo circolo letterario, il che gli permise d’inserirsi poco a poco nel “giro giusto”, così avendo la possibilità di entrare in familiarità con l’Imperatore Augusto, al quale lo presentò lo stesso Mecenate dopo avergli letto, come biglietto da visita, alcuni suoi versi.

Augusto, che era di poco più giovane di lui, lo prese subito in simpatia per due motivi: innanzitutto perché amava discorrere con lui del più e del meno, compresi i malanni veri o presunti che tormentavano quei due uomini ipocondriaci; poi perché le poesie di Virgilio cantavano i piaceri della vita rustica, campestre e frugale ai quali Augusto, noto per la proverbiale parsimonia, avrebbe voluto convertire tutti i Romani.

Potrebbe interessarti: Ludovico Ariosto: breve biografia del più grande poeta del rinascimento italiano

Fra le opere virgiliane ricordiamo in particolare le “Bucoliche” col loro famoso incipit: “Tityre tu patulae recubans sub tegmine fagi”. Qui il poeta s’immedesima nell’infelice Melibeo, pastore costretto a lasciare i suoi campi e invidioso del fortunato Titiro, cui invece le “amicizie giuste” avevano riservato una sorte ben diversa e consistente nella possibilità di vivere in una specie di “non luogo” e “non tempo”, incantato e utopistico, al riparo dalle violenze della guerra.

Le “Georgiche” sono invece non tanto o non solo un trattato sull’agricoltura, ma piuttosto un’opera di propaganda politica per la promozione del programma di risanamento delle campagne ideato dall’amico Augusto, scritta col malcelato proposito di magnificare gli effetti della “Pax Augustea” e, con essa, incensare il suo potente protettore.

Infine “l’Eneide”, rimasta incompiuta e pubblicata postuma per volere dello stesso Augusto al quale due amici di Virgilio avevano consegnato il manoscritto subito dopo la morte dell’autore, ne costituisce il capolavoro ed è diventata il poema nazionale romano, in cui Enea figura come l’eroe prescelto dal fato per raggiungere l’Italia e fondarvi una grande città.

Nella sua catabasi (dal greco “κατα”, sotto, e “βαινειν”, andare), cioè dopo la discesa nell’Ade, dal padre Anchise Enea si sente rivelare il destino glorioso riservato alla stirpe che da lui prenderà origine e che ovviamente nella persona di Augusto produrrà il suo figlio più illustre.

Proprio grazie all’opera di Virgilio dunque, che con la sua “Eneide” eresse in vita un monumento all’amico Imperatore, un passato mitico e popolato di eroi getta le basi di quella serie di grandi personaggi, conquiste, vittorie ed eventi gloriosi che avrebbero fatto la grandezza di Roma, città chiamata ad estendere il suo dominio dall’Urbe al mondo intero, fino a diventarne per alcuni secoli l’impareggiabile “Caput”.