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Ritratto di Papa Leone X e due Cardinali: breve storia di un capolavoro di Raffaello

“Ritratto di Papa Leone X con i Cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi”, di Raffaello, 1517-1518, Gallerie degli Uffizi – Firenze

L’8 settembre del 1518, appena arrivato a Firenze, il quadro fu esposto in occasione delle nozze di Lorenzo de’ Medici, Duca d’Urbino, con la francese Maddalena de la Tour d’Auvergne.

Alfonsina Orsini, madre dello sposo, scrisse che tutti ebbero la sensazione che il Papa di famiglia fosse presente in carne ed ossa a quella cerimonia che consolidava, anche sotto il profilo politico, il potere della Casata ed il suo legame con la Francia.

Raffaello aveva da poco finito di dipingere quel capolavoro raffigurante Papa Leone X de’ Medici, figlio di Lorenzo “il Magnifico”, contornato da due Cardinali che al tempo stesso erano suoi cugini.

Sulla sinistra dell’opera vediamo infatti Giulio de’ Medici, futuro Clemente VII e figlio naturale di Giuliano, che del Magnifico fu lo sfortunato fratello assassinato durante la Congiura de’ Pazzi, mentre a destra, con le mani appoggiate sulla sedia, Luigi de’ Rossi, figlio di Maria, a sua volta figlia naturale di Pietro il Gottoso e quindi sorellastra dello stesso Lorenzo, a conferma del fatto che a quei tempi i “bastardi”, come li si chiamava tranquillamente allora, non solo erano ben accetti in seno a famiglie allargate ante litteram, ma potevano ambire a qualsiasi traguardo.

Così determinata la stretta parentela intercorrente fra i tre “uomini in rosso”, risulta evidente la finalità politica del quadro: l’esaltazione della Casata de’ Medici che, con l’elezione al soglio pontificio nel 1513 del trentottenne Giovanni, aveva ottenuto forse il più prestigioso dei suoi numerosi successi, in un’ottica però che poco aveva a che fare con la sfera religiosa.

La ricchezza delle vesti del Papa, le sue mani sottili da letterato, il preziosissimo manoscritto miniato che sta consultando con una lente dorata e la campanella posta sul tavolo, pronta a chiamare il servitore di turno, ci fanno capire che, invece che al Vicario di un Cristo che significativamente non viene richiamato in alcun modo nel dipinto, né con una croce, né con un’immagine sacra, ci troviamo di fronte ad uno splendido e munifico Principe.

Col suo sguardo che si perde lontano, in un punto dell’orizzonte non meglio definito, questo Pontefice pare infatti concentrato sul mondo di pagana bellezza che sta immaginando e gli appartiene per formazione culturale e carattere, più che sugli affari connessi alla sua altissima carica.

E davvero Leone X fu, prima e più che un Papa, un illuminato mecenate, colto e raffinato, amante del bello e delle arti, scopritore di talenti e cultore dei fasti dell’antichità classica, che voleva a tutti i costi far rivivere nella “sua” splendida Roma rinascimentale.

Consapevole dell’enorme potere delle immagini, funzionale per sostenere e diffondere in chiave filomedicea l’ideologia pontificia, nei suoi otto anni di regno contribuì in maniera determinante, con le sue ricche e numerosissime commissioni, a fare di Raffaello il più grande artista vivente di quei tempi, mettendolo all’opera in tutti i campi: dalla pittura di immagini sacre a quelle profane, dalla realizzazione di monumentali cicli pittorici sino ai piccoli dipinti.
Oltre al resto, nel 1515 lo nominò conservatore delle antichità romane, dopo averne fatto l’architetto della fabbrica di San Pietro.

Non meraviglia dunque il fatto che, quando Raffaello spirò improvvisamente a soli trentasette anni nell’aprile del 1520, Papa Leone, come scrisse l’ambasciatore mantovano alla sua Marchesa, Isabella d’Este, si convinse che “di questa morte li Cieli hanno voluto mostrarne uno de li segni che mostrorno su la morte del Christo, quando lapides scisi sunt”. Di conseguenza, in preda al panico e alla disperazione per quella gravissima perdita, “Sua Santità per paura è fuggito dalle sue stantie et è andato a stare in quelle che feze fare Papa Innocentio”.

Non gli sarebbe servito a nulla perché, dopo nemmeno diciotto mesi, avrebbe seguito il suo pupillo nella tomba.