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Rodolfo II d’Asburgo imperatore: breve biografia

Rodolfo II d’Asburgo imperatore: breve biografia
Rodolfo II d’Asburgo

“Rudolph”: soltanto il nome, senza nessun titolo, figura sul coperchio della grossa cassa di piombo deposta nella cripta della Cattedrale praghese di San Vito, accanto a quelle di papà Massimiliano e nonno Ferdinando, dentro la quale riposa colui che fu forse il più bizzarro fra tutti i Sacri Romani Imperatori Germanici.

Rodolfo II d’Asburgo, nato il 18 luglio del 1552, fu incoronato a ventitré anni re d’Ungheria e di Boemia e diventò imperatore un paio d’anni più tardi, alla morte del padre.

Figlio di due cugini primi e discendente sia da parte paterna che materna della famosa regina Giovanna “la Pazza”, col passare degli anni dimostrò a sua volta di possedere un carattere lunatico, imprevedibile e tendente all’isolamento fino quasi all’autoreclusione, come portatore dei geni di quella follia che trasmise sicuramente all’unico figlio, ancorché illegittimo, quel don Giulio poi trovato misteriosamente morto sfracellato ai piedi di una torre del castello di Krumlov, dove era stato rinchiuso come pazzo furioso per aver violentato ed ucciso la figlia di un bottegaio locale.

La politica di Rodolfo II d’Asburgo

Cresciuto alla corte dello zio, re Filippo II di Spagna, apprese la rigida etichetta della corte spagnola, oltre che i precetti della Controriforma cattolica che però, da uomo tollerante qual era, una volta diventato imperatore applicò con moderazione, sia perché segretamente attratto dalla religione riformata, sia per necessità politica, dovendo tenere insieme un Impero pervaso non solo da pericolosi nazionalismi, ma anche da tensioni di carattere religioso.

La medesima tolleranza mostrò, caso raro per l’epoca, nei confronti degli ebrei ed in particolare della comunità praghese presieduta dal rabbino Loew, diventato famoso per la leggenda del “golem” che avrebbe nascosto nella soffitta di casa sua. Proprio a Praga Rodolfo nel 1583 trasferì da Vienna la corte imperiale, amando l’atmosfera misteriosa e magica che si respirava in quella città sulle rive della Moldava.

Non tardò a disinteressarsi quasi totalmente degli affari di Stato, che delegò ai fratelli, gli arciduchi Mattia e Massimiliano, ed ai suoi ministri, per dedicarsi alle sue uniche passioni: l’alchimia ed il collezionismo.

Rodolfo II d’Asburgo e l’Alchimia

Trasformò infatti il Castello di Hradkony in una specie di laboratorio alchemico dove lavorarono scienziati del calibro di Keplero e Tycho Brache, astronomi quali John Dee e Edward Kelly, ma anche ciarlatani e millantatori pronti a far credere al sovrano di essere in possesso della pietra filosofale o di altri ritrovati capaci di trasformare in oro i metalli vili.

Spese fortune colossali per accaparrarsi non solo vere opere d’arte, ma anche oggetti curiosi provenienti da tutto il mondo quali animali impagliati, conchiglie, frutti esotici, calici d’ambra, cammei e via discorrendo.

Alla Corte di Rodolfo lavorarono, fra gli altri, l’Arcimboldo, che di lui fece un famoso ritratto a base di fiori ed ortaggi in stile “Vertumno”, e Pieter Bruegel il giovane.

Rodolfo II d’Asburgo imperatore: breve biografia
Rodolfo II d’Asburgo, ritratto eseguito dall’Arcimboldo

Circondato da maghi, cabalisti ed imbroglioni vari, invischiato in una guerra senza fine coi turchi ed incapace di controllare la rivolta d’Ungheria, Rodolfo pareva vivere in un proprio mondo parallelo, ma a riportarlo “sulla terra” ci pensò il consiglio di famiglia degli Asburgo, che poco a poco gli impose di cedere le corone d’Ungheria, Austria e Moravia al fratello Mattia, il quale poi, sul finire del 1611, non si fece scrupoli di imprigionarlo de facto nel suo amato castello, privandolo di ogni potere effettivo.

La morte di Rodolfo II d’Asburgo

Il nunzio apostolico Guido Bentivoglio, testimone oculare dei fatti, così scrisse a papa Paolo V: “A Rodolfo non resta che la nuda ombra della corona imperiale”.

Peccato che anche quella, un paio di mesi dopo, gli scivolò via dalla testa, quando le conseguenze della gotta che lo affliggeva da anni, unite ad una terribile idropisia che gonfiò a dismisura il suo corpo già obeso, lo condussero alla tomba in una gelida mattinata del gennaio 1612, dopo aver avuto appena il tempo di sussurrare al suo confessore: “Mi ero circondato di dei, perché non credevo in nessun Dio. Sperimentavo ogni piacere perché non mi davo piacere alcuno”.