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Samurai, le origini dei guerrieri artisti del suicidio

Samurai, le origini dei guerrieri artisti del suicidio
I samurai, le origini dei guerrieri artisti del suicidio perché nel loro codice d’onore c’è il suicidio, praticato come un’arte. In occidente, la figura dei samurai è distorta dalle opere cinematografiche o teatrali che li rappresenta solo come degli abili guerrieri esperti nell’arte della guerra. In parte è così ma dietro l’immagine dei samurai c’è ben altro.  Le origini dei samurai risalgono al medioevo giapponese e non erano soltanto degli abili soldati esperti nell’arte della guerra. Una ritualità e una mentalità rigida e tradizionale accompagnava questi uomini per tutta la loro vita.

Per i samurai la sconfitta non è ammessa e quando nel 2014 morì Hiroo Onoda, il soldato fantasma giapponese della seconda guerra mondiale, molti si sono domandati chi fossero realmente i samurai, quali fossero le loro origini, la loro cultura. Per inciso, Hiroo Onoda era un militare che ebbe una condotta, per certi versi, simile a quella di un samurai anche se non lo era.

Chi sono i samurai? Un argomento vasto! Partendo dall’etimologia della parola, samurai significa “colui che serve la nobiltà”. In realtà, non erano dei servitori in senso stretto ma piuttosto una casta di nobili guerrieri fedelissimi fino all’estremo.

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Samurai, le origini dei guerrieri artisti del suicidio

I samurai, in origine, erano guerrieri del Giappone feudale, riuniti in una casta aristocratica che prevedeva una rigida e inderogabile disciplina che poteva giungere fino all’estremo gesto del suicidio qualora necessario per la salvaguardia dell’onore. Contrariamente alla tipica figura del soldato occidentale, il samurai doveva essere una persona di eccezionale cultura e, seguendo il codice di condotta della casta (il Bushido, “la via del guerriero”), era tenuto a coltivare il proprio interesse per le arti, tra cui la musica, la pittura e la poesia. In poche parole, l’antico guerriero giapponese racchiudeva in sé l’equilibrio tra forza e saggezza.

La principale caratteristica del samurai (dal giapponese, “colui che serve”) era l’obbedienza. Al servizio di un feudatario, il Daimyō, il guerriero era tenuto ad eseguire qualsiasi tipo di ordine senza mostrare alcun segno di insofferenza. Ma il fascino di questa figura è dovuta soprattutto al suo rapporto con la morte. Secondo le prescrizioni del Bushidō, la morte era l’unico modo nobile per espiare una colpa oppure per evitare la propria uccisione per mano del nemico.

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Il suicidio come gesto estremo per conservare l’onore del samurai prendeva il nome di seppuku o harakiri e veniva eseguito secondo un rituale curato in ogni dettaglio. Inginocchiato con le punte dei piedi volte all’indietro in modo da assicurare la caduta del corpo in avanti, il guerriero praticava sul proprio ventre un taglio che andava da sinistra verso destra per poi salire verso l’alto.

Il suicida poteva inoltre scegliere un suo compagno fidato per la decapitazione, che avveniva per conferire ulteriore onorabilità al seppuku e per evitare che il volto fosse invaso da espressioni di dolore.