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Sandro Botticelli: breve biografia e stile artistico

Sandro Botticelli: breve biografia e stile artistico
“Ritratto d’uomo con medaglia di Cosimo il Vecchio” di Sandro Botticelli, 1475 (?), Galleria degli Uffizi, Firenze.

Pochi furono i ritratti eseguiti da Sandro Botticelli ed ancora meno quelli pervenuti sino a noi, ma fra questi ne spicca uno raffigurante un giovane dallo sguardo intenso e dai lineamenti marcati, con due labbra sensuali, vestito in maniera sobria ed elegante al tempo stesso, con una berretta rossa in testa dalla quale fuoriesce una cascata di capelli folti e lunghi.

La sua presenza nel dipinto pare finalizzata all’ostentazione dell’oggetto che regge fra le mani a mo’ di trofeo, intanto che lo mostra con malcelato orgoglio agli osservatori. Si tratta della medaglia aurea con l’effigie di Cosimo de’ Medici “il Vecchio” coniata nel 1465, ad un anno dalla sua morte, contestualmente col riconoscimento postumo del titolo di “Pater Patriae” conferitogli dallo Stato fiorentino, una repubblica già trasformata de facto in una cripto-signoria medicea.

E’ l’unica certezza relativa al ritratto di un uomo sull’identità del quale però a tutt’oggi non si sa nulla di sicuro. A dargli un nome nel corso degli anni ci hanno provato in tanti, ma alla fine due sono le ipotesi più accreditate. Se la data d’esecuzione, come ritengono i più, fu il 1475, allora si potrebbe trattare di Antonio Filipepi, fratello dell’autore, che di professione faceva l’orafo e come tale era particolarmente attivo nel settore della medaglistica.

Se invece, come studi recenti hanno azzardato, la collocazione temporale dell’opera si situasse nella prima metà degli anni Ottanta, ci troveremmo forse davanti a Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, nato nel 1463 ed appartenente al ramo cadetto della dinastia, quello detto dei “Popolani”, che all’estinzione del ramo primigenio nel 1537 avrebbero preso il potere, con la nomina di Cosimo I a duca di Firenze.

Cresciuto come figlioccio da Lorenzo il Magnifico, suo parente, eccolo dunque rivendicare con l’esibizione di quella medaglia la comune appartenenza sua e dei più ricchi e potenti cugini alla stessa Casata di Cosimo il Vecchio, quasi ad autolegittimarsi di fronte all’opinione pubblica in vista di una sua possibile “discesa in campo” nell’arena della vita politica cittadina.

Questo dipinto è solo uno fra i tanti enigmi della produzione artistica di Alessandro Filipepi, nato a Firenze nel 1445 da un conciatore di pelli, che all’età di 13 anni lo mandò ad apprendere il mestiere nella bottega artigiana dove già lavorava come battiloro o “battigello” (da cui il soprannome di “Botticelli” che presto si sarebbe sostituito al suo vero cognome) il fratello maggiore Antonio, possibile protagonista di questo ritratto.

Ma il Vasari, suo primo biografo, ci dice che: “era in quell’età una dimestichezza fortissima per la quale Sandro, che era destro e si era tutto volto al disegno, invaghitosi della pittura si dispose volgersi a quella”, e così, deposto il cesello per il pennello, eccolo entrare nel 1464 nella bottega di Filippo Lippi, dove sarebbe rimasto per tre anni, fino cioè alla chiamata del maestro a Spoleto per lavorare agli affreschi del Duomo locale.

L’”Adorazione dei Magi”, ora esposta alla National Gallery di Londra e riferibile al 1465, fu la prima opera autografa del Botticelli che però soltanto nel 1470, avendo acquistato nel frattempo sufficiente notorietà, iniziò a lavorare in proprio, istruendo anche alcuni allievi fra i quali Filippino Lippi, figlio del suo maestro.

Iscrittosi nel 1472 alla Compagnia di San Luca, la gilda degli artisti di quegli anni, il nostro cominciò a ricevere importanti e ben retribuite commissioni da ambienti sia ecclesiastici che profani, legati in particolare al neoplatonismo tanto in voga negli anni d’oro della Firenze di Lorenzo il Magnifico. Proprio i Medici furono fra i suoi principali committenti e per loro il Botticelli dipinse fra l’altro due dei suoi capolavori: l’”Allegria della Primavera”, celebrazione della gioia di vivere cantata dal Magnifico nell’inno a Bacco, e la “Nascita di Venere”, diventata una delle icone del Rinascimento italiano.

La grazia epicurea di questi dipinti però lasciò lo spazio ad altre e ben più sobrie tematiche a partire dal 1485, anno in cui si dice che, folgorato da un’infuocata predica dai soliti toni apocalittici tenuta da fra Girolamo Savonarola, il nostro divenne anche lui un “piagnone” (cioè un sostenitore dello scomodo frate) e decise di conseguenza di mettere la sua arte al servizio della religione, dipingendo solo Madonne, Santi, Apostoli e Dottori della Chiesa.

Il suo pennello, in mezzo a tanta agiografia, ne risentì di pari passo coi risparmi e lo stato di salute. Così, come tante bizzose “star” contemporanee, sempre a detta del Vasari, seppure avesse “guadagnato assai, tutto per aver poco governo o per trascurataggine mandò a male”, riducendosi a vivere solo, in miseria e dimenticato da tutti i suoi ultimi anni fino a quando il 17 maggio del 1510 “condottosi vecchio e disutile, e camminando con due mazze perché non si reggeva ritto, si morì infermo e decrepito”.