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Sigismondo Pandolfo Malatesta: breve biografia

Sigismondo Pandolfo Malatesta: breve biografia
“San Sigismondo e Sigismondo Pandolfo Malatesta” di Pietro della Francesca, 1450-1451, Tempio Malatestiano, Rimini.

Inginocchiato in posizione orante Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini dal 1432 al 1468 e committente dell’affresco, ci appare al centro esatto della scena.

Piero della Francesca lo raffigurò di profilo, secondo la moda del tempo, proprio al di sotto dello stemma malatestiano, col viso colorito ma contratto in un’espressione al tempo stesso devota e severa, che campeggia nel bianco del fondo, in uno ampio spazio lasciato appositamente vuoto a dispetto di ogni “horror vacui”, per esaltarne i lineamenti.

L’artista, memore della lezione di Leon Battista Alberti, volle celebrare proprio lui, “l’Uomo” Sigismondo Pandolfo, in un’opera che rappresenta la traduzione pittorica degli insegnamenti umanistici albertiani.

Alla sinistra di Pandolfo troviamo il personaggio che forma l’oggetto della sua venerazione: San Sigismondo, re dei Burgundi e martire cristiano del VI secolo, effigiato da Mastro Piero in una curiosa posa molto informale, come un buon “nonno” di famiglia seduto però su un trono posto al di sopra d’un gradino, intanto che regge i simboli della sua dignità: lo scettro e il globo, appoggiato sul ginocchio destro.

Le sue fattezze e l’abbigliamento, con particolare riguardo al copricapo che si confonde con l’aureola appena accennata che lo circonda, richiamano Sigismondo di Lussemburgo, l’Imperatore che nel 1433 a Rimini creò il sedicenne Pandolfo cavaliere, così ratificandone la successione dinastica e la conseguente presa di potere sul feudo di Rimini.

A completare l’opera, sulla destra si nota la presenza di due bellissimi levrieri: il bianco che simboleggia la fedeltà ed il nero la vigilanza, oltre ad una sorta di “oblò” che, sullo sfondo d’un cielo azzurrissimo, permette di ammirare Castel Sismondo, la fortezza riminese la cui costruzione fu fatta iniziare dal Malatesta il 20 marzo del 1437 alle ore 18,48 in punto, dopo che giorno ora e minuto gli erano stati pronosticati come “fausti” in uno speciale oroscopo predisposto per lui dagli astrologi di corte.

Nato a Brescia nel 1417 come figlio naturale di Pandolfo III Malatesta, Signore di Fano che, per i servigi resi ai Visconti, fu da questi nominato anche Signore di Brescia e Bergamo, Sigismondo Pandolfo insieme ai suoi due fratelli rimase presto orfano di padre, venendo così adottato dallo zio Carlo, Signore di Rimini, città dove i tre trovarono rifugio una volta perse le signorie lombarde di famiglia.

Alla morte in rapida serie dello zio e del fratello maggiore Roberto, i due superstiti nel 1432 si suddivisero più o meno equamente i domini di famiglia: a Sigismondo Pandolfo toccarono quelli costieri, consistenti nelle città di Rimini, Fano e Senigallia più altri borghi minori; a Domenico Novello invece andarono Cesena, Bertinoro, Sarsina e Meldola, il tutto col “placet” pontificio, trattandosi di feudi la cui ultima titolarità spettava per l’appunto al Papa.

Per Sigismondo Pandolfo fu l’inizio non solo di una lunga carriera politica, ma anche della redditizia attività di capitano di ventura, che si concretizzò nel 1435 in una prima condotta al servizio di Papa Eugenio IV.

Certamente il concetto di “fedeltà” (a dispetto del bel levriero bianco dell’affresco di Mastro Piero) era allora quanto mai vago, perché sempre adattabile in funzione del miglior offerente. Non diversamente da altri condottieri militari di quei tempi quali Francesco Sforza, Bartolomeo Colleoni, il Carmagnola, Braccio di Montone, ma soprattutto Federico da Montefeltro, il nostro avrebbe infatti sempre mantenuto una posizione ambigua, pronto per denaro a rinnegare patti ed alleanze, e così magari combattere all’indomani contro gli alleati del giorno precedente.

Di conseguenza i Visconti, Venezia, Firenze, gli Aragonesi di Napoli e lo Stato della Chiesa, a seconda dei casi e delle convenienze, potevano essere “datori di lavoro” o nemici da combattere. Solo un personaggio però fu il suo nemico di sempre: Federico da Montefeltro, dal quale lo dividevano, contraccambiati, un implacabile odio personale oltreché una rivalità storica alimentata dai continui dispetti tipici di vicini che non si sopportano, per i quali la conquista anche di un insignificante e minuscolo borgo a spese dell’altro rappresentava un trionfo.

Emblematica dei rapporti fra i due fu la riconquista ad opera di Federico nel 1441 della Rocca di San Leo, considerata inespugnabile perché costruita su uno sperone roccioso a strapiombo sul nulla. Fatte preparare delle lunghissime scale, Federico ordinò ai suoi uomini di arrampicarsi fino in cima, senza ripensamenti, anche perché alla minima esitazione gliele avrebbe tolte da sotto alle gambe.

Il Malatesta soffrì moltissimo per questa contrapposizione, anche perché la sorte parve favorire sempre il suo arci-nemico che, pur se spietato, cinico e calcolatore tanto quanto lui, godette però sempre di miglior fama forse perché ebbe l’accortezza di non finire mai in rotta di collisione con la Chiesa.

Al contrario il cocciuto Malatesta nel 1460, pur di non rendere alcuni territori marchigiani allo Stato Pontificio, suscitò le ire di Papa Pio II il quale punì la ribellione del suo feudatario dichiarandolo decaduto da tutti i suoi domini e colpevole di una serie di vizi e crimini come l’uxoricidio, l’avarizia, l’efferatezza, la bestemmia e il tradimento, sino a fulminarlo con la scomunica.

Anche per questo motivo, quella che a tutti gli effetti è la Cattedrale di Rimini, cioè l’ex Chiesa di San Francesco che il Malatesta trasformò non solo nel Pantheon della sua Casata, ma anche nella splendida vetrina del suo raffinatissimo gusto estetico ed artistico, fu chiamata (e ancora lo è) il “Tempio Malatestiano”, quasi si tratti d’una costruzione pagana.

Soltanto dopo la morte di Pio II, Sigismondo Pandolfo poté riconciliarsi col nuovo Papa Paolo II, così conservando la vicaria a vita della sola Rimini, al costo però di dover partire per una sorta di crociata anti-turca in Morea (attuale Peloponneso) al soldo della Serenissima, di cui Papa Paolo II era per l’appunto nativo. Stanco ed ammalato, al rientro da quest’ultima fatica Sigismondo Pandolfo Malatesta si spense il 9 ottobre del 1468, a soli 51 anni d’età.

Se discutibili furono le sue imprese come politico e condottiero, sotto il profilo umanistico dimostrò invece di essere un Principe in perfetta sintonia con la sensibilità del suo secolo e, seppure in un singolare mix di fasti pagani e devozione cristiana, seppe trasformare Rimini in una mini-capitale all’avanguardia artistica e culturale, dove grazie a lui accorsero e operarono alcuni dei migliori “cervelli” di quegli anni: lo scultore Matteo de’ Pasti, il decoratore Agostino di Duccio, gli architetti Matteo Nuti e Cristoforo Foschi fino ai notissimi Piero della Francesco e Leon Battista Alberti.