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Storia di Nerone, il crudele Imperatore romano

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Nerone: la storia del crudele Imperatore romano

Nero pece e zolfo: questi sono il colore e l’odore della leggenda che da quasi due millenni ammanta la figura dell’Imperatore Nerone, suicidatosi il 9 giugno del 68 d.C. con una pugnalata alla gola che lui stesso s’era inferta con l’aiuto del liberto Epafrodito, mentre fuggiva da Roma inseguito dalle guardie pretoriane.

Pare che l’ultima frase da lui pronunziata sia stata: “Qualis artifex pereo!” (“Quale artista muore con me!”), per sottolineare la grande considerazione che aveva di sé. Stravagante e crudele, non fu però un folle, a differenza di Caligola prima di lui e di Commodo, che lo avrebbe seguito parecchi anni più tardi.

Alcuni storici contemporanei si sono sbilanciati fino a riconsiderarne l’operato con occhi scevri dal pregiudizio, sottolineando come Nerone fu non solo l’attuatore di usi e costumi d’un periodo storico in cui la vita umana contava poco ed era comunque considerata sempre secondaria rispetto al superiore interesse dello Stato, ma continuò la tradizione augustea, facendo costruire fra l’altro la Domus Aurea, aprendo le possibilità di carriera a provinciali e ceti emergenti e svolgendo un ruolo attivo di sprovincializzazione culturale. Al contrario, le fonti storiche classiche (Tacito e Svetonio in particolare) gli hanno confezionato addosso la veste mostruosa che lo ha accompagnato nei secoli, fino ai giorno nostri.

 La discendenza di Nerone e i primi anni della sua vita

 Figlio di Agrippina Minore, donna di dubbia moralità e pochi scrupoli, e di Gneo Domizio Enobardo (patronimico che significa letteralmente: “dalla barba del colore del vino”, cioè fulva) rimase orfano del padre in tenera età, ma, grazie alle manovre della madre, nel frattempo risposatasi con l’Imperatore Claudio, fu da lui adottato venendo addirittura anteposto al suo legittimo figlio Britannico nella linea di successione al trono.

Il legame con Claudio fu rafforzato anche dal matrimonio di un giovanissimo Nerone con Ottavia (nata dalle prime nozze di Claudio con Messalina), che era pertanto anche la sua sorellastra, con la conseguenza che queste nozze furono dai più considerate incestuose.

Grazie ancora al tanto provvidenziale, quanto criminale, intervento di Agrippina, che si narra abbia fatto preparare per il marito un piatto di funghi velenosi che ne causarono la morte fra atroci dolori, nel 54 d.C. Nerone fu acclamato imperatore quando aveva soltanto diciassette anni.

I suoi esordi furono improntati all’insegna della prudenza e della modestia, rappresentate per esempio dal rifiuto di assumere il titolo di “Pater Patriae” a motivo della sua ancor giovane età, dalle continue manifestazioni d’amore filiale nei confronti di Agrippina e dalla devozione verso il suo istitutore, il famoso filosofo Lucio Anneo Seneca, cui inizialmente Nerone delegò la gestione degli affari di Stato.

Fece spesso ricorso alla clemenza, tanto che, quando doveva firmare qualche condanna a morte, era solito dire “Quam vellem nescire litteras” (“Quanto vorrei non sapere scrivere!”). Fedele all’antica e collaudata pratica del “panem et circenses” tenne buono il popolo con frequenti spettacoli pubblici e l’elargizione di abbondanti derrate alimentari a prezzi di favore. Diede presto sfoggio della sua pretesa arte in campo lirico, prima mettendosi a cantare a corte al suono della cetra e poi esibendosi in spettacoli pubblici, fra le ovazioni di una moltitudine di spettatori prezzolati.

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 La vera natura di Nerone: crudele, lussurioso e vizioso

Non passò molto tempo però che, come ci racconta Svetonio, iniziò a rivelare la sua vera natura intrisa di vizi quali insolenza, crudeltà, lussuria, sfrenatezza e propensione ai bagordi. Poco a poco infatti non tollerò più chiunque potesse fargli ombra o tenerlo a freno, e così si liberò in rapida serie del fratellastro Britannico, ucciso da un veleno potentissimo; dell'”optima mater” Agrippina, che prima cercò di uccidere grazie ad un’imbarcazione che affondava a comando, e poi fece ammazzare a bastonate dai suoi sicari; dell’istitutore Seneca, obbligato a tagliarsi le vene per non essere accusato di tradimento; della seconda moglie Poppea, uccisa con un calcio nel ventre quando era incinta ed infine del consigliere Afranio Burro, ucciso anche lui col veleno nel 62.

Se così si comportò coi propri “cari”, figuriamoci con gli estranei, ammazzati spesso per il solo piacere di vedere morire la gente, con metodi sempre più truculenti. Secondo gli storici antichi fu proprio lui a far appiccare il grande incendio che, per sei giorni e sei notti, nel 64 devastò Roma, per poi ricostruirla secondo i canoni architettonici ellenistici a lui tanto cari, dopo aver incolpato dell’accaduto i cristiani, contro i quali scatenò la prima grande persecuzione durante la quale si dice abbiano perso la vita, fra gli altri, anche degli Apostoli Pietro e Paolo.

Dopo altri tre lustri caratterizzati da crimini ed efferatezze di ogni tipo, iniziò a montare il malcontento popolare, causato anche dalla forzata ellenizzazione dell’Impero voluta da Nerone che tanto ammirava la civiltà greca, avvertita però come estranea dai Romani. Così, dopo alcune rivolte nelle province più lontane, il caos non tardò ad arrivare fino a Roma, dove bastò che il prefetto del pretorio Ninfidio Sabino si schierasse per Galba per indurre Nerone a darsi alla precipitosa fuga che avrebbe portato al suo “suicidio assistito”, per la gioia dei sudditi che ricollegarono l’accaduto all’ultima tragedia da lui inscenata in pubblico.

L'”Edipo esule” infatti si chiudeva col verso seguente: “Θανειν μ’ανωγε συγγαμος, μητηρ, πατήρ ” (“Mi chiamano a morire la mia sposa, mia madre, mio padre!”).