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Storia, mito e leggenda: significato letterale e breve excursus storico sull’impiego dei tre termini nel tempo

Storia, mito e leggenda: significato letterale e breve excursus storico sull’impiego dei tre termini nel tempo
Immagine raffigurante il mito delle Amazzoni

Storia, mito, leggenda: quante volte leggiamo o sentiamo pronunciare questi termini in modo, se non del tutto sbagliato, almeno improprio, sebbene abbiano tutti un significato ben preciso, dettato dall’etimologia.

Storia, in particolare, è un sostantivo derivante dal greco «εις» (eis), preposizione che significa “verso, a” nel senso di moto a luogo, ed «οραω» (orao), verbo che vuole dire “vedere”.

La storia dunque è letteralmente un “andare a vedere”, non però per curiosare o impicciarsi dei fatti altrui. Lo storico infatti non è né un “guardone”, né tanto meno un “gossip-dipendente”.

Egli piuttosto “va a vedere” nel senso di “compiere ricerche” al nobile fine di conoscere e trasmettere ad altri i risultati delle sue scoperte.

Sulla base infatti dello studio approfondito di documenti, oggetti, scritti e reperti archeologici, lo storico ricostruisce gli accadimenti del passato anche lontano, collocandoli in un quadro d’insieme.

Non per nulla il perfetto del già citato verbo “οραω” (“io vedo”) è «οιδα» che però si traduce non con “io ho visto”, bensì con “io so”, e questo perché chi è “andato a vedere e ha fatto ricerche” sa.

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In tal modo gli eventi del passato, che presi singolarmente appaiono un po’ come le tessere di un mosaico, lasciano cioè solo intravedere qualcosa, senza farci capire bene di cosa esattamente si tratti, se invece vengono messi insieme, al posto giusto, dal paziente lavoro di uno storico ci mostrano un’immagine completa e nuova.

Sta poi a noi ammirarla, nel caso in cui per esempio ne esca la figura di un eroe e delle sue gesta o di un artista e dei suoi capolavori, o restarne disgustati o atterriti, se invece ci si presenta magari un crudele tiranno e i massacri che ha compiuto.

Il padre della storia fu il grande Erodoto di Alicarnasso, scrittore e ricercatore vissuto nel V secolo a.C., che nel “proemio” della sua opera definì le impareggiabili “Storie” che si apprestava a narrare come «αποδεξις ιστοριης» (“apodexis istorias”), cioè “dimostrazione della ricerca” che aveva eseguito “affinché col passare del tempo le imprese compiute dagli uomini non fossero dimenticate”.

Anche il sostantivo mito deriva dal greco antico, dove la parola “μύθος” (“mitzos”) significa “racconto” inteso però non come la classica favoletta raccontata da un genitore al figlioletto per aiutarlo a prendere sonno.

Si riferisce infatti ai racconti con cui, in tempi antichissimi, si narravano di padre in figlio, prima in forma orale e più tardi scritta, le origini fantastiche di un popolo, mescolando fatti e personaggi realmente esistiti con divinità o fenomeni naturali a quei tempi d’origine ignota, quali eclissi, terremoti o eruzioni vulcaniche.

Fra i miti più noti si pensi per esempio a quelli greci o romani, alle saghe nordiche o ancora al racconto letterale della Genesi.

La raccolta di miti forse più famosa è però costituita dalle “Favole di Esopo” (scrittore greco vissuto nel VI secolo a.C.) fra le quali ricordiamo specialmente “la Volpe e l’Uva” o “il Lupo e la Vecchia”.

Trattasi di una serie di scritti brevi aventi di norma come protagonisti animali umanizzati e parlanti, raccontati per uno scopo morale.

Non per nulla si concludono invariabilmente con un capoverso che inizia con le parole “ο Μύθος δηλοι…” (“la Favola insegna che…”) dove Esopo riassume, ove ve ne fosse bisogno, la morale che scaturisce dal suo scritto.

Più recente rispetto ai primi due è, infine, Il concetto di leggenda, termine che invece ha origine latina trattandosi infatti in maniera quasi letterale (seppure con l’aggiunta di una seconda “g”) del gerundivo del verbo “legere” (leggere).

Le “legenda” per i latini erano insomma le “cose che bisognava leggere”, quelle stesse che poi, con l’avvento del Cristianesimo, sarebbero diventate soprattutto o quasi esclusivamente le narrazioni delle vite dei Santi, infarcite di elementi agiografici e miracolistici.

Tanto per dire, il più importante “best seller” medievale, secondo solo alla Bibbia per diffusione e riproduzione in numero di copie manoscritte, fu la “Legenda Aurea” scritta dal domenicano Jacopo da Varagine (odierna Varazze) a partire più o meno dal 1260 per narrare le biografie e i miracoli di circa centocinquanta Santi.

A tutt’oggi quest’opera costituisce un’insuperabile chiave d’interpretazione della simbologia e dei contenuti dell’arte religiosa di quei secoli.

Col passare degli anni però le “legenda” latine e medievali, oltre a guadagnare una “g” dal punto di vista ortografico, avrebbero perso il loro significato originale di “cose da leggere”, oltre che mutato il genere neutro e il numero plurale, per diventare la “leggenda”, sostantivo singolare femminile indicante un racconto a sfondo eroico, epico o religioso in cui fatti e personaggi, se non totalmente immaginari, risultano fortemente alterati dalla fantasia umana, per esigenze di esaltazione o simbologia.

Una volta di più dunque l’italiano si avvale della raffinatezza lessicale delle cosiddette “lingue morte” per mettere in mostra tutta la sua ricchezza e proprietà di linguaggio.