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Tiberio: biografia essenziale

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“Quoniam atrox Fortuna Gaium et Lucium filios mihi eripuit, Tiberius Caesar ex parte dimidia sextante heres esto” (“Poiché l’atroce sorte mi ha rapito i figli Gaio e Lucio, sia mio erede per due terzi Tiberio Cesare”): così, nel testamento da lui consegnato alle Vestali nel 13 d.C., cioè un anno prima di morire, Augusto si decise a nominare suo erede al trono imperiale il figlio adottivo Tiberio Claudio Nerone, all’epoca già quasi sessantenne (età ragguardevole per quei tempi), essendo nato il 16 novembre del 42 a.C.

La frase suonava un po’ ambigua, in particolare con riferimento all’interpretazione dell’aggettivo “atrox”, non essendo chiaro infatti se la sorte fosse stata tale perché lo aveva privato dei figli, deceduti in giovane età ed in rapida successione, oppure perché non gli aveva lasciato altra scelta che nominare come proprio erede Tiberio.

Quest’ultimo, figlio delle prime nozze di sua moglie Livia Drusilla, fu infatti da lui adottato dopo la morte dei figli Gaio e Lucio, dietro la quale è possibile che ci sia stata la mano assassina della stessa Livia che, ansiosa di vedere il suo Tiberio assiso sul trono imperiale, avrebbe ordinato l’avvelenamento dei due eredi legittimi.

Né migliore opinione di lui aveva il suo antico maestro greco di retorica, Teodoro, che era solito definirlo “πηλον αιματι πεφυρομενον” (“fango intriso di sangue”). Eppure non era sempre stato così! Augusto aveva infatti avuto modo di apprezzarlo quando, poco più che ventenne, lo aveva inviato in Armenia per scacciarne il re Artaxiaras II il quale, approfittando della sconfitta di Marco Antonio, aveva ricominciato a tramare coi Parti in chiave antiromana.

Il successo di questa impresa, facilitato dall’azione di alcuni agenti segreti inviati in avanscoperta da Augusto con lo scopo di far scoppiare tumulti in quel Paese lontano, segnò l’inizio dell’inarrestabile ascesa politica di Tiberio, che non soltanto avrebbe scalato a rapide tappe il classico “cursus honorum” romano, ma si sarebbe meritatamente guadagnato i galloni di abile comandante militare nella campagne da lui vittoriosamente condotte via via nell’Illirico, in Pannonia, in Gallia ed infine in Germania dove, dopo la gravissima sconfitta subita a Teutoburgo dalle legioni guidate da Publio Quintilio Varo, sarebbe in un certo modo riuscito a limitare i danni, assicurando all’Impero Romano se non altro il confine tracciato dal corso del Reno, che avrebbe da allora in poi segnato la divisione definitiva ad Occidente fra il mondo latino e quello germanico.

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Si capisce dunque come, alla morte di Augusto, le aspettative su di lui fossero notevoli, ma è certo che dopo un iniziale periodo di approccio “soft” all’uso del potere, con l’introduzione d’una parvenza di libertà e qualche riforma, a seguito della morte del nipote Germanico e del figlio Druso (quasi certamente avvelenati anche loro), a partire più o meno dal 26 d.C. Tiberio iniziò a chiudersi sempre più in se stesso ritirandosi in Campania, prima a Capua, poi a Nola ed infine definitivamente a Capri, così come già una trentina d’anni prima aveva fatto con una scelta improvvisa ed ancora oggi inspiegabile, quando si era auto-esiliato per un lungo periodo a Rodi.

Se però dalla Grecia era rientrato, Tiberio da Capri non avrebbe mai più fatto ritorno a Roma da vivo. Rinchiuso infatti nella sua magnifica “Villa Jovis” (nella foto: la ricostruzione di come doveva essere) con quella vista mozzafiato a strapiombo sul mare, man mano che aumentava la sua familiarità col potere, di pari passo lasciò libero sfogo alle degenerazioni del suo carattere: efferatezza, ipocrisia, sospetto, crudeltà, lussuria ed un’ineguagliabile capacità di dissimulare i suoi pensieri e sentimenti.

Se vi fu certamente un qualcosa di patologico alla base di tante deviazioni, Tiberio aveva capito negli anni che l’uso del potere assoluto richiedeva spietatezza. Un impero di quella vastità e con tanti popoli non poteva più essere governato dalle pur democratiche, ma ormai sorpassate, istituzioni di quella che fu una sorta di città-stato, ma soltanto da un forte potere centrale, concentrato nelle mani di un Principe assoluto capace d’imporre l’ordine costi quel che costi.

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Villa Jovis

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Così, Tiberio aveva a suo modo riempito quella specie di cornice vuota che Augusto gli aveva lasciato in eredità, consistente in un potere imperiale appena abbozzato che poteva sembrare addirittura revocabile, tanto era prossimo alle norme repubblicane in vigore fino a pochi decenni prima.

Se il potere augusteo in qualche modo aveva ancora una parvenza di retaggio democratico, essendogli delegato dal Senato seppure in maniera sostanzialmente automatica, Tiberio lo fece brillare di luce propria, al costo però di non porsi mai scrupoli d’ordine morale, ma soltanto pratico. Si rese conto infatti che non esisteva un principe che non fosse anche un autocrate, né un autocrate che non trascendesse: confische di beni e condanne anche terribili ed efferate rientravano nella logica del sistema.

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Fatto sta che, se la Roma imperiale sarebbe durata più o meno altri quattro secoli e mezzo, il merito o la colpa, a seconda dei punti di vista, vanno ascritti proprio a Tiberio, a dispetto della fama turpe e sinistra che di lui ci hanno tramandato Tacito e Svetonio.

Bibliografia: “Tiberio” di Lidia Storoni Mazzolani.