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Tito Flavio Vespasiano: primo Imperatore della dinastia Flavia

L'imperatore vespasiono biografia breve
“Busto di Vespasiano”, 70 d.C. circa, Musei Capitolini, Roma.

Dopo un anno turbolento caratterizzato dalla rapida successione sul trono imperiale di tre personaggi di secondo piano (Galba, Otone e Vitellio), due dei quali morti ammazzati ed uno finito suicida per non essere ammazzato, ecco che finalmente, per usare le parole di Svetonio, “quasi vagum imperium suscepit firmavitque tandem gens Flavia”, cioè “la famiglia Flavia finalmente raccolse e stabilizzò il potere imperiale, quando ormai vacillava”.

Questo accadde innanzitutto grazie al giuramento di fedeltà pronunziato in Egitto il 1° luglio del 69 d.C. dal prefetto Tiberio Flavio Alessandro e dalle sue truppe nei confronti di Tito Flavio Vespasiano.

Nato a Rieti una sessantina d’anni prima, Vespasiano non era nobile, appartenendo ad una famiglia della media borghesia campagnola, e tutto quanto aveva ottenuto se l’era guadagnato con la fatica e tanti sacrifici, sempre onorando due virtù: la disciplina ed il risparmio.

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Il carattere di Vespasiano, primo imperatore della dinastia Flavia

Uomo “tutto d’un pezzo” già a vedersi, con quel suo volto aperto ed i lineamenti rozzi e franchi immortalati dai vari busti marmorei che lo raffigurano, aveva in uggia gli aristocratici, che considerava dei perfetti nullafacenti, e coerentemente, una volta assurto al potere, non cedette mai alla piaggeria di certi suoi cortigiani, fra i quali un araldista che, credendo di fargli un piacere nel nobilitarlo, gli annunziò di aver ricostruito il suo albero genealogico facendolo discendere niente meno che da Ercole, ottenendo però soltanto il risultato di farlo scoppiare in una sonora risata.

Nel ricevere ministri e dignitari, per prima cosa palpava loro la tonaca, per vedere di che stoffa era fatta, e poi li annusava, per sentire se si erano profumati, lui che semmai emanava lo stesso odore dei suoi cavalli o del sudore dei commilitoni.

Grazie al suo naturale carisma, s’era distinto fin da giovane, scalando velocemente le tappe del “cursus honorum” romano e ricoprendo in rapida successione le cariche di questore, edile e pretore, non senza farsi notare in campo militare, prima in Gallia e poi in Britannia.

Certo, non diversamente dai suoi contemporanei, non si trattenne dall’usare una discreta dose di cortigianeria nei confronti del potente di turno, cioè degli imperatori Caligola, Claudio e Nerone, anche perché quello era l’unico modo per destreggiarsi in tempi tanto complicati.

Tito Flavio Vespasiano acclamato imperatore

Solo con Nerone tuttavia incappò in un incidente, perché gli capitò d’addormentarsi nel corso di una delle sue esibizioni teatrali, tirandosi così addosso un bel guaio, perché fu spedito in Giudea per sedarvi una pericolosa rivolta locale. Ma fu proprio in quella regione lontana e periferica dell’Impero che si fece apprezzare moltissimo dai suoi soldati, i quali, turbati dalle notizie dei gravi disordini che sconvolgevano l’Urbe, non esitarono a scrivere il suo nome sui loro vessilli, acclamandolo imperatore.

Così, dopo la breve guerra civile che portò all’uccisione di Vitellio, all’inizio del 70 Vespasiano fece il suo ingresso trionfale nella “Caput Mundi”, accolto dalla popolazione festante e dal Senato, che gli confermò il titolo di “Princeps”.

Il novello imperatore non tardò a ricompensare la fiducia concessagli, riportando la disciplina in un esercito sbandato, allontanando le teste calde e premiando i meritevoli. Avviò subito la ricostruzione del Campidoglio in rovina ed abbellì la città con la costruzione di numerosi templi ed edifici pubblici e privati, in primis quella meraviglia unica al mondo che è l’Anfiteatro Flavio, eretto in soli cinque anni coi mezzi dell’epoca.

Le riforme dell’imperatore Vespasiano

La sua opera riformatrice investì tutti i campi del vivere sociale, sia in ambito giudiziario, che fiscale. Anche in questo campo, scelse di vendere a prezzi salatissimi le più alte cariche pubbliche, compresa quella di esattore fiscale, che riservò ai funzionari che sapeva essere più avidi e rapaci di tutti, sguinzagliandoli in tutte le province dell’Impero. “Tanto”, questo era il suo ragionamento, “sono tutti ladri. Meglio vendere loro le cariche, così un po’ di refurtiva gliela facciamo restituire…”.

E in effetti, mai la tributaria funzionò così bene, seppure con metodi spicci e vessatori, ma quando la raccolta fu completata, Vespasiano convocò a Roma tutti gli esecutori e ne confiscò i guadagni coi quali, dopo aver trattenuto quanto di spettanza allo Stato, risarcì i derubati.

Per aumentare gli introiti s’inventò anche i famosi orinatoi che ancora portano il suo nome, stabilendo una tassa per chi se ne serviva, con ciò suscitando le rimostranze di suo figlio Tito, un benpensante bigotto spesso scandalizzato dai modi così poco ortodossi del padre. Lo zittì mettendogli sotto il naso un sesterzio e pronunziando la famosa frase: “Pecunia non olet!” (“Il denaro non puzza!”).

Promulgò la famosa “Lex de Imperio Vespasiani”, che per prima definì le prerogative dell’imperatore nei confronti del Senato, peraltro riservandosi spazi di manovra praticamente illimitati in base al motto secondo cui “Princeps a legibus solutus est”.

La morte di Vespasiano: “un imperatore ha da morire in piedi!”

Sempre pronto alla battuta, lo fu anche al manifestarsi della malattia che gli risultò fatale, quando esclamò: “Vae, puto deus fio” (“Ahimè, penso che sto per diventare un dio”), con riferimento alla divinizzazione che i Romani erano soliti tribuire “post mortem” agli imperatori.

Se ne andò dopo nove anni di regno, insistendo fino all’ultimo, davanti agli astanti sbigottiti, per alzarsi dal suo letto di morte, perché “imperatorem stantem mori oportet!” (“Un imperatore ha da morire in piedi!”).

E, così come sempre aveva vissuto, nell’anno 79 in piedi morì questo borghese assurto quasi suo malgrado al più alto grado del più potente Impero del mondo d’allora, recitando fino all’ultimo, da attore coscienzioso, una parte non sua.