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Van Dyck e il suo Grand Tour italiano

Antoon Van Dych: le opere del suo viaggio in Italia
Antoon Van Dych – Autoritratto con girasole, 1632-1633

Il 22 marzo del 1599 nacque ad Anversa Antoon Van Dyck che insieme a Rubens, di cui fu allievo e collaboratore, Rembrandt e Vermeer consentì all’arte pittorica fiamminga del XVII secolo di toccare il suo apogeo, regalandoci capolavori straordinari.

Col nostro Paese il maestro ebbe un feeling particolare perché nell’arco della sua breve vita trascorse in Italia circa sei anni spostandosi fra Genova, Roma, Bologna, Venezia, Firenze e Palermo, per poi infine trasferirsi a Londra al servizio di re Carlo I.

I Fiamminghi infatti, popolo laborioso che ha costruito il proprio benessere sui commerci ed i traffici marittimi, sono sempre stati aperti al mondo in un proficuo interscambio non solo di merci, ma anche di idee, mode e cultura, in un quadro di generale tolleranza impregnata d’ideali calvinisti ed improntata alla valorizzazione dell’essenziale ed al fastidio per l’ostentazione fine a se stessa.

In quest’ottica non meravigliano affatto gli stretti legami che in quel periodo legavano i Fiamminghi con coloro che in Italia rappresentavano praticamente i loro “gemelli”, seppure di parte cattolica, cioè i Genovesi, gente anch’essa da sempre dedita al commercio ed ai traffici marittimi, laboriosa, essenziale e poco propensa agli sperperi.

Così, la prima tappa che il giovane Van Dyck compì durante il “Grand Tour” d’Italia fu proprio quella di Genova, dove sbarcò nel 1621 nel bel mezzo del “Secolo d’Oro” di questa città, che in quel periodo riuscì forse persino a sopravanzare in ricchezza e cultura la Firenze del secolo precedente.

Qui si mise al servizio delle principali famiglie del patriziato cittadino, nomi come gli Spinola, gli Adorno, i Doria, i Durazzo, i Lomellini e soprattutto i Brignole-Sale, per i quali realizzò i ritratti dei loro personaggi più importanti. Molti di questi meravigliosi dipinti si trovano ancora in città e possono essere ammirati all’interno di quella straordinaria serie di Palazzi che impreziosiscono i due lati dell’attuale via Garibaldi, formando la cosiddetta lista dei “Rolli”, Patrimonio dell’Umanità.

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Il nostro si spostò poi a Roma dove realizzò uno dei suoi capolavori, il ritratto del Card. Guido Bentivoglio (protettore della folta comunità fiamminga di Roma) e poi ancora a Bologna, Venezia, Firenze e Mantova, tutti luoghi in cui ebbe modo di ammirare quadri di Tiziano, Caravaggio, Paolo Veronese, Guercino e di chissà quanti altri artisti ancora, facendone tesoro per la propria arte.

A Mantova riuscì a vedere ancora intatta la famosa “Celeste Galleria”, cioè l’eccezionale raccolta di quadri messa insieme dai Gonzaga durante il XVI secolo, prima che la stessa venisse dispersa dagli ultimi degeneri discendenti di tale Casata.

Infine fece tappa a Palermo dove, oltre a realizzare il quadro di “Santa Rosalia incoronata dagli Angeli”, ebbe la straordinaria possibilità d’incontrare l’ultra-novantenne pittrice Sofonisba Anguissola, di cui ci lasciò un intimo ritratto eseguito a carboncino.

L’esperienza italiana gli permise d’imporsi a livello europeo come apprezzato ritrattista, tant’è che negli anni seguenti lavorò prima per la Regina di Francia Maria de Medici, e poi per Re Carlo I d’Inghilterra, di cui divenne il pittore di corte, trasferendosi a Londra dove morì ancora giovane nel 1641.

Fu sepolto nella Basilica di San Paolo in una tomba purtroppo andata persa in quello che, un paio di decenni più tardi, sarebbe stato il grande incendio di Londra.