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Vittoria Colonna: la Musa ispiratrice di Michelangelo

Vittoria Colonna: la Musa ispiratrice di Michelangelo
Vittoria Colonna: la Musa ispiratrice di Michelangelo

“Morte mi tolse un grande amico”: così, appena informato del suo decesso, scrisse il grande Michelangelo Buonarroti che, quando ormai aveva passato i 70 anni, perdeva forse l’unica persona che l’avesse davvero capito fino in fondo e per la quale avesse provato un affetto sincero o forse addirittura amore.

Il 25 febbraio del 1547 si era infatti spento a Roma all’età di 56 anni “l’uomo, la donna, anzi il dio” che, secondo la definizione data dall’artista, aveva illuminato gli ultimi dodici anni circa della sua vita in un rapporto che, seppure rimasto allo stato platonico, aveva travalicato i limiti di una semplice infatuazione.

Quel particolare “amico” era però una donna d’altissimo lignaggio, tanto nobile e celebre che l’Imperatore Carlo V, di passaggio a Roma, aveva voluto renderle omaggio: Vittoria Colonna.

Figlia di Fabrizio, capo di una delle più aristocratiche ed antiche Casate romane, che aveva persino regalato un Papa (Martino V) alla Chiesa, e per parte di madre nipote del famoso Duca Federico da Montefeltro, Vittoria è stata, insieme a poche altre, una delle Grandi Signore della prima metà del Cinquecento, protagonista della vita culturale, politica ed intellettuale dell’Italia di quei tempi, lodata e cantata da schiere di poeti, artisti ed umanisti.

Certo uno come Michelangelo, famoso per i suoi modi bruschi, la scarsa familiarità con acqua e sapone, ed il vestire trasandato avrebbe dovuto sentirsi a disagio davanti ad una nobildonna dalle maniere impeccabili, un tempo circondata dal lusso.

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Vittoria Colonna: il matrimonio con Fabrizio di Avalos

La Vittoria Colonna che lui conobbe a Roma più o meno nel 1536 e frequentò con assiduità era, tuttavia, quella del “post”, molto diversa dall’altra dell’”ante”. La sua esistenza infatti cambiò radicalmente in seguito ad un tragico evento che travolse uno stile di vita prima sfarzoso perché scandito dai riti e dall’opulenza della Corte aragonese, sotto al bel sole di Napoli ed Ischia, isola dove Vittoria sbarcò per la prima volta nel 1509 per sposarvi don Fabrizio di Avalos, Marchese di Pescara e condottiero al soldo degli Aragonesi.

Poi però, dopo la tragica morte di quest’ultimo avvenuta nel 1525 a seguito delle ferite riportate durante la Battaglia di Pavia, al lusso subentrarono modestia, pietà ed una profonda religiosità tendente al misticismo, tanto che Vittoria in un primo tempo pensò seriamente a ritirarsi in un convento. Se non lo fece, fu solo per le pressioni della sua famiglia e di Papa Clemente VII, che già avevano intuito quanto quella donna fino ad allora vissuta nell’ombra dell’adorato marito si stesse ormai ritagliando in campo politico e culturale un ruolo autonomo, che pochissime altre signore di quei tempi potevano vantare.

Vittoria Colonna, già vedova, e i suoi rapporti con Michelangelo

Di più: lei, donna, vedova e purtroppo priva dei figli tanto desiderati, sapeva muoversi perfettamente in un modo declinato al maschile, tenendo una fitta corrispondenza con tutta l’élite politica ed intellettuale di quegli anni, inclusi Imperatore, Re, Papi e Cardinali. In qualche modo rinunziando alla sua femminilità e servendosi di tattiche prettamente maschili, era infatti riuscita a rapportarsi alla pari con tutti quelli che allora “contavano” per davvero.

Ecco forse perché Michelangelo, noto per la sua misoginia, era riuscito ad instaurare con lei un dialogo intellettuale schietto e sincero, basato non solo su lunghe conversazioni, ma anche su uno scambio epistolare continuo e vere e proprie sfide in rima.

Vittoria Colonna: la Musa ispiratrice di Michelangelo
Michelangelo Buonarroti

Quando per esempio lui le inviò il disegno di uno splendido crocifisso, lei gli rispose: “…Io l’ho ben visto al lume et col vetro e col specchio, et non vidi mai la più finita cosa…”, laddove quel “vetro” era la lente d’origine veneziana che di lì a poco Vittoria avrebbe regalato al Maestro, la cui vista si era appannata col passare degli anni, affinché se ne servisse “nel depingere nella Cappella che fa di San Paulo” (la Cappella Paolina).

Ma di lei non l’attiravano soltanto le poesie, bensì anche il misticismo e la religiosità che, nella cornice discreta del chiostro della Chiesa di San Silvestro al Quirinale, l’aveva portata a raccogliere intorno a sé un ristretto gruppo di amici, letterati, umanisti ed ecclesiastici quali i Cardinali Pole, Contarini, Sadoleto, Morone e Bembo (che avrebbero poi formato il cosiddetto gruppo degli “Spirituali”), tutti mossi da un sincero spirito riformatore e dal desiderio di rinnovare la Chiesa romana dal suo interno.

I sospetti di simpatie luterane e calviniste della nobildonna

Non tardarono perciò ad essere sospettati di simpatie luterane e calviniste, anche perché a loro si avvicinarono personaggi come Bernardino Ochino e Pietro Carnesecchi, poi finiti nel mirino dell’Inquisizione specie dopo l’ascesa sul soglio pontificio del terribile Cardinal Carafa che, col nome di Paolo IV, diede il via ad una vera e propria persecuzione nei confronti di tutti coloro che fossero minimamente sospettati di eterodossia.

La morte evitò dunque a Vittoria l’onta di un più che probabile processo inquisitoriale, così contribuendo a farci arrivare praticamente intatta la sua “Opera Omnia”, composta in particolare dall’interessantissimo epistolario, che ci restituisce fra l’altro l’immagine più vera ed intima del Michelangelo “uomo”, e la raccolta delle “Rime” contenente centinaia di sonetti di pregevolissima fattura composti non per la pubblicazione, ma come spunto di discussione per il suo personale “club” di amici, per i quali fungeva da Musa ispiratrice nella continua ricerca di tutto quanto fosse alto, bello, nobile e puro.